Carlo Macchiavello

Tutto è possibile

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Blackmagic Raw 1.3 God or Evil?

Nel 2001 naque il primo codec interpiattaforma e slegato dall’hardware, Cineform, nel 2005 fu potenziato per offrire la possibilità di importare fotografie raw di diversi brand e convertirle in un filmato raw compresso visually lossless con metadata attivi e modificabili realtime, successivamente l’encoder fu in grado di convertire tutti gli altri formati raw nati SUCCESSIVAMENTE in Cineformraw con diversi flavour di compressione e qualità supportando fino al 16k stereoscopico.

Oggi nel 2019 quasi ogni Brand ha la sua codifica Raw, a partire Arriraw, Redcode, SonyRaw, PanasonicRaw, l’anno scorso l’introduzione di ProresRaw che permette il recording in formato ProresRaw direttamente dalle camere che escono in raw da SDI sui recorder Atomos e pochi altri, fino al recente Braw di blackmagic.

A Ibc 2018 Blackmagic design lancia la palla nel campo del raw, introducendo il loro codec proprietario braw (blackmagic raw) nel mondo del broadcast e del cinema con una certa forza dirompente, e soprattutto disponibile subito, dallo stesso giorno con il firmware in beta 6.0 per la UrsaMiniPro, il nuovo aggiornamento di Davinci Resolve 15.1 per supportarlo e la promessa che a breve sarà disponibile anche per la nuova camera, pocket 4k e così è stato con il firmware 6.2, ma nel contempo toglieva la registrazione Dng.

La differenza tra il Dng e il Braw è evidente e chiara, il dng è uno standard fotografico, peraltro abbandonato dai suoi stessi creatori nel 2016, piegato alle necessità dei video, mentre il Braw è un moderno codec raw pensato per le immagini, dove convivono le diverse necessità di lavoro di un codec video di fascia alta e le richieste di fascia bassa.

La presentazione del Braw è stata abbastanza curiosa, dove GrantPetty ha scherzato sul fatto che con un codec così leggero non servono più le schede video esterne di decodifica, ironeggiando sul fatto che le producono loro per Apple.

Come sempre l’innovazione porta pro e contro, fautori e osteggiatori, fino al parossismo, ma essendo un pragmatico, preferisco fare una analisi meno tecnica (quella la lascio alla fase finale) e più pratica.

 

CONTRO

  • leggermente meno nitido del CDNG (meno aliasing sui dettagli)
  • a forti compressioni ha artefatti sui dettagli fini
  • meno compatibile nelle applicazioni rispetto al CDNG (ma licenza free per la sua implementazione).

PRO

  • il rapporto peso qualità è incredibile
  • la minor incidenza di falsi dettagli e aliasing permette una maggior fluidità di ripresa-riproduzione del movimento
  • il nuovo sistema di demosaicizzazione ottimizza e migliora la cattura della struttura dell’immagine riducendo artefatti come FPN
  • la parziale demosaicizzazione applicata in camera permette una maggior leggerezza di lettura sui dispositivi
  • richiesta di minor velocità di scrittura permette uso di storage meno costoso e poter registrare più a lungo con minor consumi
  • i vantaggi del raw senza il peso del raw in tutti i sensi
  • registrazione di segnale 12 bit log con metadata attivi
  • possibilità di incorporare LUT e altri elementi di preview non distruttiva
  • possibilità di trimming non distruttivo da Resolve per tagliare i file raw ed esportarli in raw senza ricompressione (non tutti i raw, non tutti gli NLE lo permettono).
  • possibilità di export dei singoli frame raw senza ricompressione per test, Dit working etc con passaggio di pochi dati.

A qualche mese dalla sua presentazione esistono già diverse applicazioni professionali a supportarlo come Resolve immediatamente, Nuke, Scratch, Premiere e Mediaencoder tramite plugin esterno, la lista sta crescendo rapidamente grazie al fatto che chiunque può implementare la gestione del braw nel proprio software gratuitamente, al contrario di ogni altro codec raw nato sulle telecamere che richiede un pagamento di licenze anche per la semplice lettura perchè si devono usare gli sdk proprietari.

Per coloro che vogliono testare il codec, possono scaricare dei sample dalla pagina Blackmagic Raw .

Se non volete scaricare e usare Davinci Resolve free per vederli potete usare un player dedicato

Player Braw 1.4 Blackmagic design per MacOsX

Player Braw 1.4 per Windows link in descrizione

I falsi miti sul Raw in generale e non solo su questo Raw
Se è compresso non è raw!

l’affermazione denota ignoranza, in tanti punti, a partire dal fatto che nessuna camera registra il 16bit lineare che cattura i sensori, ma lo codificano e comprimono in vario modo dentro raw 14bit logaritmici (in fotografia) o raw 12bit logaritmici (nel cinema), sia per questioni pratiche di flusso dati, sia per gestione fisica della massa di dati che non compressi sarebbero ingestibili.

Dato che qualcuno potrebbe dubitare delle mie parole, delle parole di Blackmagic visto loro lo regalano (ricordiamo che tranne pochi esempi high end, tutti gli altri vi fanno pagare saltamente la registrazione non fortemente compressa, figuriamoci il raw) meglio mettere uno screengrab dal sito Red, i primi a dotare una camera di codec raw proprietario e spesso usate per shooting miliardari dove non ci sono limiti di mezzi, eppure per L’uomo ragno ritenevano buona una compressione 5:1 visually lossless, e la non compressa che tutti auspicano per i loro lavori da caricare sui social non era adatta…

la cosa divertente è che quello che gli amatori ritengono un problema, ovvero la morbidezza delle immagini, è qualcosa che molti dop di fascia alta auspicano conoscendo bene i problemi degli eccessi di nitidezza, spesso vengono scelte compressioni maggiori per mantenere più morbide le immagini.

Ovviamente c’è compressione e compressione, la maggior parte delle persone per compressione pensa sempre a quella distruttiva di streaming e company non a compressione più intelligente.

Se è parzialmente demosaicizzato non è raw!

il braw, se la gente avesse la competenza e l’intelligenza per leggere l’sdk di Blackmagic vedrebbe cosa accade e perchè si parla di demosaicizzazione parziale, ma se lo potesse fare, non scriverebbe certe sciocchezze.

Ogni raw ha il suo workflow di lavoro, processi fatti in camera e processi fatti nel software, con vantaggi e svantaggi.
Un codec è raw se permette :

  Braw
la gestione delle matrici separate si
il controllo reale di iso e altri paramentri in post si
il controllo del bilanciamento colore in post si
registrazione dei 12 bit log per matrice si

quindi se il codec offre tutte queste opzioni è un codec raw.

Si è bello ma non lo leggo dal software XYZ!

altra affermazione opinabile visto che anche gli altri codec non sono ben letti (con eccezione di Red) in modo ottimale dai vari NLE, anzi spesso richiedono la creazione di proxy con i software dedicati. Normalmente ai montatori non si danno gli originali, ma i giornalieri con Lut applicate, se si parla di raw o log, quindi il problema non sussiste.

Oggi Bmd vende due camere con il Braw, la UMP e la Pocket4k, entrambe sono vendute con licenza completa di DavinciResolve, ovvero il miglior software per lo sviluppo Raw e in particolare Braw, oltre che buon editor, postproduction etc etc…
Se si vuole lavorare in un altro software Resolve prevede dal pannello media il sistema di ingest e conversione in altri formati, si può già fare una precolor oppure gestire direttamente la color e mandare il filmato sviluppato all’applicazione NLE.

 

La piccola rivoluzione relativa all’introduzione del Braw ha creato tanti osteggiatori, per chi ha dubbi e ha bisogno di più test scientifici e ben pensati, potete visitare il sito di Frank Glencairn sul post relativo alla qualità del Braw.

Dove mostra dei test pratici nei quali la differenza reale tra i diversi flavour di compressione è relativa, ma la qualità generale resta molto alta contro una serie di richieste generali veramente irrisorie.
Man mano che passa il tempo aggiungo qualche frame estratto a caso dagli shooting, senza denoise, per far capire quanto la qualità anche compressa sia eccezionale sia come dettaglio che pulizia dell’immagine.

Supporti questi sconosciuti, quanta velocità mi serve?

Troppe volte sento parlare e leggo di problemi di registrazione dei file, sia fotografici che video, associati a bestialità tecniche incredibili, sia perchè c’è tanta disinformazione, sia perchè spesso sono argomenti affrontati con molta superficialità, che causa problemi lavorativamente.

La cosa inquietante è che spesso anche le aziende non sono preparati per rispondere a domande banali, conservo ancora una email del supporto tecnico di una nota Azienda riguardo alla richiesta di un elenco di SD certificate per la registrazione del flusso dati 400mbits della loro camera, l’avranno testata in qualche modo visto che facevano uscire i video dimostrativi, ma nessuno mi sapeva dare elenco di card certificate per ottenere tale risultati, e di sicuro non spendo centinaia di euro in schede inutili per fare i test al posto loro, come suggeritomi dall’assistenza.

Perchè mi serve avere un supporto veloce e cosa accade quando uso un supporto più lento di quello necessario?

Quando stiamo scattando una fotografia, stiamo girando un video, stiamo creando dati che passano attraverso 5 diversi possibili colli di bottiglia:

  • Dimensione buffer interno della camera
  • Controller di registrazione della camera (supporto o no di schede veloci UHS-II etc)
  • Dimensione buffer esterno della scheda (prima della scrittura sulle celle il controller spesso ha un buffer di passaggio per liberare quello della camera)
  • Controller di registrazione della scheda (la gestione delle celle viene fatto da un controller che registra direttamente i dati o spesso li comprime per accelerare il trasferimento).
  • Qualità celle che mantengano la stessa velocità di scrittura per tutte le celle, molti supporti dopo aver riempito in modo casuale la metà delle celle rallentano perchè hanno mappato male i dati e devo “trovare gli spazi liberi”.

Dato che con la scelta della scheda stiamo influenzando buona parte di questi elementi di gestione della velocità di scrittura dei dati, è importante fare la scelta giusta, perchè se il supporto scelto è quello ottimale avremo una serie di vantaggi:

  • registrazione alla massima qualità dei video
  • registrazione al massimo bitrate dei video (non sempre coicide col primo punto, ma ci sono vantaggi e differenze in questo)
  • registrazione di raffiche di fotogrammi più lunghe
  • reattività della macchina a scattare nuovamente dopo aver scattato i primi fotogrammi

Al contrario se il dispositivo non è adeguato possiamo incontrare i seguenti problemi:

  • limiti di durata dei video alla massima qualità/bitrate (dipende dal buffer interno, normalmente si parla di pochi secondi se la scheda non è adeguata), si prevede perchè sempre stesso intervallo.
  • se la scheda è discretamente veloce, possiamo avere interruzioni della ripresa video dopo un tempo X (buffer che si riempe ma non abbiamo feedback può essere anche dopo minuti di registrazione) non prevedibile.
  • tempi di attesa più o meno lunghi dopo lo scatto per attendere che sia scaricato il buffer
  • lo scarico del buffer della raffica richiede secondi e quindi non si può scattare nel frattempo
  • raffiche brevi perchè il buffer della camera si riempe subito
come scelgo la card giusta?

Il primo limite nella scelta delle card sta nel fatto che i produttori spesso offrono dati confusi e tendenziosi per ingannare l’acquirente occasionale, fornendo sigle e indicazioni poco chiare o spesso indicanti solo di parte dei dati:

  • SD Secure Digital fino ad un massimo di 2gb
  • SDHC Secure Digital High Capacity dai 4 ai 32 gb
  • SDXC Secure Digital eXtended Capacity da 64gb a 2 tb
  • Classe 2 scrittura a 2 mb/s
  • Classe 4 scrittura a 4 mb/s
  • Classe 6 scrittura a 6 mb/s
  • Classe 10 scrittura a 10 mb/s
  • SD UHS Speed Class-I U1 scrittura garantita a 10 mb/s per tutta la capacità della scheda
  • SD UHS Speed Class-I U3 scrittura garantita a 30 mb/s per tutta la capacità della scheda
  • SD UHS Speed Class-II U1 e U3 scrittura garantita da 150 mb/s a 312 per tutta la capacità della scheda
  • SD Video Speed Class nuova categoria per la registrazione video con garanzia di prestazione V6 (6 mb/s), V10(10mb/s),V30 (30 mb/s), V60(60mb/s),V90 (90 mb/s)

Spesso quando si vedono le velocità scritte sulle schede si parla delle velocità di lettura, non di scrittura, che non ci interessano per la scrittura dei file in ripresa.

Entrambe sono SDXC Classe 10, U3

la prima legge a 95 mb/s ma V30, quindi scrive a 30 mb/s

la seconda legge a 300 mb/s ma scrive fino a 260mb/s.

Quindi è importante saper leggere le sigle, verificare le vere velocità di scrittura delle schede SD per evitare sorprese durante il lavoro.

come scelgo l’ssd giusto?

Oggi diverse camere usano gli ssd per la registrazione dei dati, o tramite adattatori CF2 to Esata trasferiscono i file su SSD. Le stesse regole delle schede SD valgono anche per le CF e gli SSD, anzi ci sono anche più pericoli nascosti, perchè spesso le velocità dichiarate sono farlocche, ovvero ottenute solo tramite trucchi hardware, ma solo nel momento in cui lavorano su un computer, mentre nel momento in cui sono connesse con un sistema di registrazione diretto questi elementi non funzionano.

Troppi utenti trascurano il fatto che dentro gli ssd ci sono dei controller, dei buffer, e spesso trucchi per raggiungere velocità di picco che non saranno mai mantenute durante la registrazione di file continua.

I produttori di ssd spesso cambiano le memorie interne degli ssd senza cambiare le sigle, per cui dischi ssd testati l’anno scorso contengono memorie diverse, meno efficienti, meno rapide di quelle testate in passato.

Inoltre a seconda del controller, del tipo di disco, delle memorie la velocità può essere costante durante il riempimento del disco, oppure mentre si riempe il disco, dopo la metà può essere anche meno del 30% del valore dichiarato.

Ogni disco è una storia a sè, le diverse taglie di un disco offrono prestazioni diverse perchè cambiano i controller, il tipo di memorie, e spesso anche il modo con cui vengono riempiti i dischi, per cui ci possono essere ssd da 256 gb poco efficienti, ma lo stesso disco in taglio da 1 tera è perfettamente utilizzabile e compatibile con le più alte velocità di scrittura.

Ovviamente i produttori di ssd testano gli ssd per usarli nel computer e quindi non è illegale dichiarare determinate performance, perchè su computer possono raggiungere 480 mb/s quando in realtà collegati ad una normale interfaccia sata rendono al massimo 130/140 mb/s costanti, perchè il resto delle performance sono picchi ottenuti con la compressione dati e col trasferimento da un controller all’altro.

Per queste ragioni le liste di supporti certificati sono molto brevi e limitate a determinati marchi, dischi, e taglie particolari di suddetti dischi.

MAI SUPPORRE O FIDARSI DELLE INDICAZIONI TECNICHE

acquistare sempre i supporti certificati dalla casa madre della camera, e/o verificare il supporto prima di un lavoro con riprese multiple, sia con ripresa continua fino a riempire il disco, riprese alternate, accensioni e spegnimenti camera etc etc.

Ho avuto esperienze di dischi che per velocità dichiarate avrebbero dovuto supportare registrazioni raw continue, mentre in realtà faticavano con registrazioni in formati DI di alta qualità perchè erano solo velocità di picco e nulla di costante.

Come si espone correttamente? Cos’è l’esposizione ETTR?

Esposizione corretta

Spesso quando si parla di corretta esposizione sembra che si parli di magia, di pareri, opinioni … mentre sono semplici dati tecnici da leggere e applicare in ripresa e poi eventualmente in post.

Ogni mezzo (sensore o pellicola) ha una sua sensibilità nativa (Iso o Asa a seconda della scala), la giusta esposizione è quando si studia e si espone per il corretto valore del media, al di sotto facilmente si ottiene grana / rumore, al di sopra si tende a appiattire e poi bruciare le informazioni. La tolleranza alle oscillazioni di valore dipende dalla tipologia di pellicola o dalla tipologia di sensore, motivo per cui non basta usare un esposimetro per esporre una camera analogica o digitale, ma si devono fare prove e farsi esperienza per estrapolare il meglio dal sensore o dall’emulsione.

Decidere invece come usare l’esposizione e le luci invece è una questione estetica, artistica e si declina nel gusto, nelle necessità della scena, della fotografia, dell’ambiente e del sistema di cattura della luce che stiamo usando.

Per controllare l’esposizione dell’immagine abbiamo più elementi da tener conto, qui vediamo i diversi valori che ci permettono di avere un controllo totale dell’esposizione dell’immagine.

Il diaframma

Il primo valore che determina la quantità di luce catturata e registrata dalla macchina è l’obiettivo stesso, la capacità dell’obiettivo di aprire e chiudere il diaframma. Il valore del diaframma viene espresso in numeri, quelli più bassi indicano il diaframma più aperto, mentre quello più alto è la chiusura massima che si può ottenere.

Il diaframma della lente aprendosi e chiudendosi ci permette di decidere quanta luce possiamo portare al sensore; quando il diaframma si chiude può avere valori molto alti come 16 o addirittura alcuni obiettivi hanno valore 32, mentre quando si apre possiamo avere lenti che hanno un valore 1.4 o 1.2.

Quando apro e chiudo il diaframma non influenzo solo la luce in ingresso, ma anche la profondità di campo, ovvero la capacità di avere una zona più o meno ampia nitida, quindi quando voglio dare maggiore importanza al soggetto in primo piano posso aprire diaframma per sfocare maggiormente l’immagine dietro di esso. Naturalmente devo compensare la maggiore o minor luce in ingresso.

In sintesi :

il diaframma più è alto il numero, più è chiuso, più profondità di campo; più è basso e più è ristretta la profondità di campo.

Quando si devono scegliere i diaframmi da usare, si tende a non usare i diaframmi estremi, anzi si tende ad escludere il diaframma più basso, perché potrebbe non esprimere il massimo della nitidezza; si tende ad escludere gli ultimi due diaframmi più chiusi, perché a seconda delle lenti si rischia la diffrazione, fenomeno che causa una perdita di nitidezza.

Iso o Asa

Un altro elemento da tenere in considerazione quando andiamo a gestire la luce è la sensibilità ISO o ASA, a seconda delle macchine potremmo trovare una delle due sigle che indicano la sensibilità del sensore alla luce, ovvero la sua capacità di catturare la luce.

Una volta con la pellicola la sensibilità era gestita in modo diretto, ovvero si caricava una pellicola a 80, 160, 320, 640, quindi si esponeva di conseguenza.

Nel momento in cui si è passati al digitale apparentemente le macchine sono in grado di cambiare quello che sono gli Iso/Asa, ovvero sono in grado di abbassare o alzare questo valore per semplificare la fase di ripresa. Dico apparentemente perché in realtà questo tipo di valore anche col digitale è fisso, tranne un paio di camere di alta gamma Varicam della Panasonic.

Nel mondo reale abbiamo un valore che è quello detto sensibilità nativa, la capacità nativa del sensore di catturare quella data quantità di luce, poi quello che sono le sensibilità inferiori o superiori sono elaborazioni o a livello analogico del segnale elettrico catturato da sensore o a livello digitale sulle successive informazioni convertite in digitale.

Tradotto in parole povere significa che ogni macchina che noi andiamo a prendere telecamera e macchina fotografica cinepresa ha una sua sensibilità nativa, quando non utilizziamo la sua sensibilità nativa, apparentemente vedremo immagini più chiare e più scure ma in realtà dato che vengono create queste informazioni per elaborazione analogico – digitale la qualità non sarà come avere un sensore più sensibile o meno sensibile ma sono sempre elaborazioni del segnale originale.

Conoscere la sensibilità nativa di una camera è molto importante perché è la sensibilità nel quale la telecamera, la macchina fotografica, la cinepresa esprimono la loro capacità massima di catturare l’immagine, nella sua luminosità, nella capacità di leggere il contrasto massimo tra luce e ombra.

Quando noi abbiamo una macchina ad esempio prendiamo una macchina fotografica che nasce a 160 ISO e impostiamo un valore di Iso superiore ad esempio mettiamo 1600 o 3200iso perché c’è veramente poca luce nell’ambiente, potremo notare come aumenti una sorta di rumore video, un disturbo, una granulosità che appare sull’immagine perché l’immagine originale viene amplificata quindi fisicamente non è sensore che legge 3200 iso, ma è una elaborazione digitale o analogica.

Molte macchine (telecamere e macchine fotografiche) hanno un sistema di riduzione rumore direttamente in camera, altre (cineprese) per evitare di danneggiare l’immagine o perdere dei dettagli importanti riservano questa fase di riduzione del rumore alla fase della post produzione.

Quindi a seconda della macchina che utilizziamo, possiamo avere una sensibilità iso/asa nativa e un certo range, una gamma di sensibilità aggiuntive che possiamo selezionare per catturare più o meno luce in funzione della luce ambiente e della qualità che mi può esprimere.

Quanti e quali iso/asa possiamo usare di una camera è un qualcosa che dobbiamo verificare, perché ogni macchina offre intervalli di sensibilità più o meno usabili a seconda della quantità di luce che noi abbiamo nell’ambiente di ripresa. Quindi non è possibile dare un’indicazione generica di una sensibilità Iso da utilizzare, ma bisogna scoprire qual è la sensibilità nativa e poi vedere quanto ci possiamo spingere oltre; se parliamo di telecamere normalmente è abbastanza facile perché noi troveremo la macchina con la sua sensibilità di base e poi troveremo un parametro normalmente chiamato Gain o guadagno; il guadagno è quanto stiamo amplificando il segnale elettronicamente, senza guadagno è la sensibilità nativa della macchina.

Con le macchine fotografiche la sensibilità nativa è il valore Iso più basso della macchina, quindi molte macchine hanno ad esempio 160 ISO o 200 Iso; tutte le sensibilità Iso superiori sono elaborazioni, sta poi a noi verificare quali sono usabili quali diventano eccessivamente artefatte per essere utilizzate.

Sulle cineprese nella parte del manuale delle istruzioni è indicato qual è il valore nativo della sensibilità Iso e quali sono gli altri valori che noi possiamo utilizzare come sensibilità pari di xxx.

Quando noi cambiamo la sensibilità Iso e abbassiamo il valore rispetto al valore nativo il risultato è che la sensibilità si abbassa perché la macchina campiona meno informazioni luminose e non abbiamo particolari problematiche, quando noi alziamo la sensibilità Iso, dato che stiamo amplificando un segnale con poche informazioni, poca luce, il possibile deperimento dell’immagine è evidenziato da l’aumento di granulosità o elementi di disturbo video in movimento, l’aumento del contrasto dell’immagine.

L’aumento di contrasto diventa più evidente quanto meno luce è presente; perché se ci sono poche informazioni luminose per rendere più luminosa l’immagine l’aumento degli Iso sposta nelle due direzioni la parte più luminosa e la parte più scura aumentando il contrasto generale dell’immagine.

È molto importante quando si lavora con una camera capire qual è il livello di Iso utilizzabile, entro quale livello possiamo alzare la sensibilità senza avere un deterioramento troppo vistoso dell’immagine.

Per poter gestire l’immagine anche in condizioni di basse luci la soluzione ottimale di gestione dell’Iso è quella di utilizzare iso nativo, e gestire la luce con uno degli altri parametri, ma naturalmente non sempre è possibile farlo e quindi il parametro Iso è uno strumento utile per gestire la quantità di luce che viene catturata per ottenere la corretta esposizione.

Otturazione

Quando eseguiamo una ripresa l’altro fattore che influenza l’esposizione si chiama tempo di otturazione, detto anche shutter molte macchine.

Il tempo di otturazione è l’istante, la frazione di tempo che viene utilizzata per catturare il singolo fotogramma, quindi con un tempo di otturazione più alto o più basso catturiamo più o meno luce. In fotografia si utilizza il tempo di otturazione per modificare anche la quantità di luce che entra all’interno una camera, quando si cattura un filmato il tempo di otturazione non va mai utilizzato per controllare la quantità di luce in ingresso, perché nel momento in cui alteriamo il tempo di otturazione stiamo alterando l’immagine viene catturata da sensore, non è solo una questione di luce, ma è anche una questione di percezione del movimento.

L’impostazione corretta del tempo di otturazione è sempre un valore ben preciso, legato ai fotogrammi al secondo, esistono solo due eccezioni in casi speciali che andremo a elencare più avanti.

Il valore di otturazione corretto per ottenere la cattura di un movimento in maniera fluida è uguale a uno fratto il valore doppio dei fotogrammi al secondo, significa che se io lavoro a 24 fotogrammi al secondo per il cinema, utilizzerò 1/48 di otturazione standard, se io lavoro per la televisione per il video in ambito europeo o australiano dove abbiamo il sistema standard denominato PAL siamo a 25 fotogrammi al secondo, quindi utilizzo una otturazione di 1/50 di secondo, se lavoro per Stati Uniti e Giappone quindi lo standard NTSC, oppure se devo visualizzare il filmato prettamente su computer, tablet e cellulari allora utilizzo di 30 fotogrammi al secondo, quindi il tempo di otturazione sarà 1/60.

Questa semplice formula nacque al tempo del cinema quasi 100 anni fa, la particolare proporzione tra la velocità di otturazione e la cattura di fotogrammi ci offre la corretta scia di movimento sugli oggetti veloci, per far sì che quando noi vediamo filmato lo percepiamo come un movimento continuo.

Utilizzare una velocità / tempo di otturazione differente significa alterare la percezione del movimento catturato, se io voglio ottenere un movimento più mosso allora utilizzo un valore più basso di otturazione ad esempio se io utilizzo valore di otturazione di 1/25 invece di 1/50 l’immagine in movimento sarà più mossa, quindi diventerà più faticoso leggere i dettagli, perché i movimenti si fondono tra di loro, questo tipo d’impostazione si può utilizzare se dobbiamo fare una panoramica a schiaffi molto veloce e non vogliamo vedere gli elementi ma vogliamo vedere una fusione totale di ciò che noi riprendiamo nella panoramica a schiaffo; possiamo utilizzare il trucco di abbassare il tempo di otturazione quando abbiamo veramente poca luce, una camera statica, non abbiamo movimenti veloci nella scena; con una otturazione di durata doppia abbiamo la possibilità di catturare il doppio della luce a parità di scena e diaframmi e iso.

Utilizzare un tempo di otturazione più alto del normale rende invece movimento stroboscopico, quando il tempo di otturazione è più alto del normale oltre a catturare meno luce congela il movimento in ogni istante, in maniera più netta, quindi se ci sono dei movimenti veloci diventano stroboscopici perché i vari fotogrammi non si fondono uno con l’altro per il cervello, ma il cervello percepisce in modo diverso e più fastidioso l’immagine, quel tipo di impostazione si utilizza esclusivamente se in produzione si vuole una ripresa al rallentatore e quindi sia bisogno di immagini nitide e molto dettagliate sintesi l’otturatore va impostato sempre a uno fratto il doppio dei fotogrammi al secondo.

Le uniche eccezioni su questo tipo di situazione sono legate alla creazione di effetti speciali, rallenty, oppure per necessità di catturare più luce possibile nella scena, altrimenti il movimento catturato sarà pieno di artefatti nel movimento cioè non sarà naturale

In sintesi

Otturazione sempre 1/fotogrammi al secondo x 2

Manipolazione esterna alla camera della luminosità

Quindi se vogliamo riassumere i parametri, noi sappiamo che iso dovrà essere impostato preferibilmente nel valore nativo e non dovremmo cambiarlo, il tempo di otturazione andrebbe impostato sempre uno fratto fotogrammi al secondo per due, quindi se dobbiamo controllare la luce da quello che abbiamo detto fino ad ora l’unico parametro che possiamo cambiare è il diaframma, ma abbiamo visto che comporta una variazione non solo della luce in ingresso ma anche della profondità di campo.

Quando noi vogliamo impostare determinati valori diaframma / otturazione / iso, per controllare correttamente l’esposizione dobbiamo quindi agire esternamente alla nostra camera, quindi se abbiamo poca luce dovremo in qualche modo aumentare la quantità di luce disponibile nella scena tramite pannelli riflettenti, tramite luci aggiuntive, eccetera o se invece la luce è troppa possiamo utilizzare pannelli riflettenti neri o bandiere per ridurre la quantità di luce che raggiunge i soggetti, oppure possiamo utilizzare davanti alla lente della camera quello che si chiama un filtro neutro, il filtro neutro è un filtro più o meno scuro che riduce la quantità di luce che colpisce la lente dell’obiettivo.

Riducendo la quantità di luce col filtro ND (neutro) possiamo controllare la esposizione dell’immagine. In questo modo noi siamo in grado di controllare completamente la quantità di luce in ingresso nell’immagine senza toccare i parametri che influenzano gli altri tre parametri : otturazione iso e diaframma.

I filtri neutri esistono in tre incarnazioni ovvero ci sono i filtri neutri digitali introdotti da Sony, che elaborano l’immagine per permetterci di lavorare più comodamente senza dover introdurre elementi davanti alla lente della camera davanti alla lente della camera.

I filtri neutri variabili ovvero un filtro che noi avvitiamo sulla lente della camera e girando in senso orario o antiorario possiamo far passare più o meno luce.

Il filtro neutro variabile è uno strumento molto comodo molto flessibile perché ci permette di controllare in maniera raffinata e precisa la quantità di luce che passa; esso ha due possibili inconvenienti :

  • il primo inconveniente è relativo alla qualità del filtro, se non è un filtro di alta qualità potrebbe influenzare la luminosità e soprattutto la nitidezza dell’immagine stessa quindi è molto importante investire una buona cifra sul filtro neutro per poter avere un’ottima qualità di resa ottica;
  • il secondo fattore che potrebbe (uso sempre il condizionale perché dipende dalla situazione situazione) influenzare la qualità dell’immagine è legato alla natura stessa del filtro neutro variabile, esso è formato da una coppia di polarizzatore che incrociandosi riducono la quantità di luce che passa.

Dato che si parla di filtri polarizzatori, c’è il rischio che qualche tipo di riflesso che io voglia disegnare su una superficie, su un attore vada sparire perché viene polarizzato dal filtro neutro stesso, questo tipo di problematica relativa dipende da situazione a situazione, esiste una semplice soluzione ovvero montare un filtro variabile su un’altra ghiera, che ci permette di girare dopo aver deciso la quantità di luce in entrata, quindi orientare il polarizzatore per quello che ci serve.

Il terzo tipo sono i filtri a lastra ovvero la modalità di sottrazione della luce è unica perchè abbiamo un oggetto che in modo lineare filtra una parte della luce.

Il filtro a lastra normalmente è di qualità superiore ai due precedenti tipi di filtri, ma ha lo svantaggio che a seconda di quanta luce c’è dobbiamo sostituire un filtro rispetto all’altro, richiede un investimento maggiore rispetto al filtro variabile e digitale, richiede avere un porta filtri dove mettere il filtro, ed essendo un elemento che rimane distante rispetto al classico filtro della lente c’è il rischio che possa raccogliere qualche riflesso di luce

La soluzione ottimale è il filtro lastra a livello di qualità di immagine, a livello di praticità il filtro variabile è molto più comodo ed efficiente, quindi a seconda del tipo di lavoro che uno fa, in funzione dei tempi e dei budget a propria disposizione. Il meglio sarebbe poter possedere entrambi, in caso di scelta pratica economica il filtro variabile di qualità dovrebbe essere sempre la prima scelta per una questione di convenienza unita alla praticità di poter avere diverse scale diaframmi che possiamo sottrarre immagine

Esposizione ETTR questa misteriosa…

da qualche tempo si parla di esposizione ETTR in elettronica, ma spesso non è chiaro il perchè di tale scelta, perchè guardando le immagini sembra esserci un errore di esposizione.

L’esposizione detta ETTR Expose To The Right è un metodo di esposizione che tende a sovraesporre in modo più o meno significativo le immagini per ottenere in postproduzione una maggior pulizia delle ombre e/o minor rumore generale.

Questo metodo deriva dal principio dell’esposizione in pellicola, dove una maggior quantità di luce rende il negativo più denso e quindi con un numero maggiore di informazioni rispetto ad un negativo sottoesposto che riceve meno informazioni.

Nell’ambito del digitale dipende da sensore a sensore e come viene usato, perchè ogni sensore ha una sua gamma dinamica di lettura, ma non significa che la si possa sempre salvare, ad esempio le video reflex hanno una gamma dinamica più estesa rispetto alle classiche telecamere, se fanno fotografie, ma quando registrano il video comprimono questa gamma dinamica in uno spazio molto più ridotto : 8 bit contro i 14 bit della cattura fotografica, quindi anche se le informazioni di partenza hanno una certa qualità, queste informazioni vengono compresse in uno spazio più ridotto.

Il nome è nato dal tipo di istogramma che si può leggere dalle immagini ETTR, dove l’esposizione sposta l’istogramma dalle informazioni dei medi alle alte luci.

Il concetto nasce da più motivazioni :

  • immagini più chiare vuol dire ombre più ricche di dettagli, e si può a posteriori abbassare l’esposizione ma avere dettagli anche nelle ombre.
  • immagini più chiare vuol dire compressioni migliori, perchè i codec di compressione a perdita riducono e comprimono molto di più le aree scure delle chiare
  • immagini più luminose normalmente vuol dire avere più informazioni nei medi e nelle alte luci, quindi immagini che percettivamente sono molto più interessanti.
  • ombre più chiare vuol dire meno rumore nelle stesse e quindi immagini più pulite

Quanto e quando si usa l’ettr dipende da diversi fattori, non è una tecnica lineare, ma si può applicare SOLO facendo esperimenti con le proprie attrezzature e si deve capire quale sia il limite delle stesse.

  • Ogni sensore ha il suo limite in alto e in basso come sensibilità, si tratta di testare quali sono i limiti, normalmente le macchine che registrano a 10bit il video, o meglio ancora in raw reggono molto di più delle camere tradizionali l’applicazione dell’ettr, perchè hanno più spazio di azione per recuperare le alte luci.
    Per capire i limiti si deve esaminare e scoprire come l’istogramma della camera (o dal monitor di controllo) vi fornisce i dati su luci e ombre.
    Alcune camere forniscono l’istogramma in relazione al sensore, altre alla capacità di registrazione. E’ importante verificare come funziona tale strumento per evitare di bruciare le immagini.
    Ad esempio le camere Blackmagic Design forniscono un istogramma e la zebra in relazione al sensore, quindi SOLO al salvataggio in raw, mentre se si lavora in prores si deve essere più conservativi, impostando la zebra al 95%, altrimenti le aree si bruciano.
  • Ogni sistema di registrazione interno o esterno può fornire una maggior capacità di registrazione delle informazioni lette dal sensore, dipende da come la camera gestirà la cosa, per cui va verificato, ad esempio nelle videoreflex poche hanno uscite video di qualità, oltre 8 bit 4:2:0, per cui un recorder esterno di qualità potrebbe essere uno spreco di soldi, dipende dall’uso che ne farete.
  • Ogni lente può reggere in modo diverso alla sovra esposizione, ad esempio la maggior parte delle lenti presenta un “purple fringing” ovvero un’area viola attorno alle parti sovraesposte, per cui si può recuperare le aree sovraesposte, ma rimangono aloni colorati che non si possono recuperare facilmente, a livello fotografico dentro Adobe Camera Raw c’è una funzione apposita, ma nei filmati non è così scontato.
  • A seconda dello spazio colore usato rec709 o log si hanno spazi diversi di recupero delle informazioni luminose, e considerato che molte macchine hanno metodi diversi di registrazione del log, se l’immagine non ha un grande contrasto il rischio di usare la tecnica dell’ettr in modo spinto comporta un appiattimento troppo forte delle immagini per poi ricostruire le informazioni che servono per generare l’immagine finale, ad esempio in log dove spesso l’esposizione delle alte luci si attesta intorno 80 usare l’ettr porta spesso il rischio di bruciare le alte luci
  • seguendo la logica dell’ETTR si ha meno consistenza tra uno shot e l’altro perchè si tende a esporre al max ogni ripresa, quindi gli elementi fondamentali come l’incarnato potrebbero variare troppo durante gli stacchi, per cui è importante utilizzare i Falsi colori durante l’esposizione in ETTR per mantenere la consistenza di esposizione tra una inquadratura e l’altra degli elementi fondamentali dell’inquadratura, meglio ancora se si tiene costante l’incarnato di un attore di riferimento, altrimenti la fase di postproduzione può diventare lunga e scomoda.

Come gestirlo in ripresa

Dato che la maggior parte dei monitor interni ed esterni delle camere sono limitati sia come gamma dinamica che capacità di riproduzione del colore e della luminosità, va evitato il loro uso per gestire l’esposizione in ETTR, vanno usati gli strumenti per leggere e capire la vera luminosità delle diverse aree.

Istogramma

Zebra

Falsi colori come funzionano e come leggerli.

Questi strumenti, usati correttamente aiutano a capire quanto possiamo andare a destra con i dati, naturalmente dipende sempre dalla capacità di cattura del sensore e dai vari fattori di gestione della luce. Non va usato sempre e comunque, soprattutto a seconda delle situazioni e del contrasto globale dell’immagine.

Nota Tecnica :

ho preferito lasciare la spiegazione più tecnica alla fine, perchè non a tutti interessano le spiegazioni tecniche dietro alla pratica.
I sensori moderni tendono a lavorare con un principio di esposizione legato a come funziona la sensibilità “digitale” alla luce : quando il sensore quando riceve la luce la differenza di un valore intero di stop (tempo/diaframma) si traduce nel raddoppiare o dimezzare la luce catturata; le tonalità di un’immagine rappresentano la quantità di luce registrata, quindi lo schema di gestione delle informazioni è strutturato allo stesso modo. Immaginiamo un sensore in grado di catturare 16.384 tonalità differenti (14 bit RAW), la metà di queste informazioni 8.192 saranno devolute allo stop più luminoso (l’area a destra dell’istogramma), poi gli stop inferiori avranno rispetticamente ognuno la metà delle informazioni del precedente, quindi rapidamente scendendo verso le ombre le informazioni caleranno in modo drastico.
gradientGuardando questo schema si può notare come già usando una registrazione raw a 14 bit (altissima qualità) il numero maggiore di informazioni viene registrato nella parte alta delle luci, ma se si lavora con la classica registrazione dei sensori a 8 bit diventa FONDAMENTALE tenerci alti con l’esposizione perchè fisicamente il numero di dettagli registrabili cade velocemente, per cui anche avendo tante informazioni nelle ombre, la distribuzione delle informazioni è fondamentale per registrare più informazioni possibili e spostarli nella parte alta è fondamentale, ragione per cui si usa lo spazio log di registrazione che spostando verso il centro le informazioni si cerca di conservare più informazioni possibili dai sensori.

Inoltre non tutti i sensori lavorano alle stesso modo tra luce e ombra, alcuni sensori, a partire dalla sensibilità Nativa distribuiscono la gamma dinamica in alto e in basso in modo non lineare, per cui ci sono camere in cui i 14 stop di gamma dinamica sono 9 in alto e 5 in basso, altre sono più equilibrate, dipende dal tipo di sensore, da come nasce e come è stato sviluppato.


Workflow per la stopmotion

Workflow… una parola spesso osteggiata, perchè implica un certo tipo di lavoro, di processo e spesso se non se ne comprendono i vantaggi potrebbe essere depracato in favore di processi più semplici, già provati e vissuti.

Personalmente sono un maniaco del controllo, della gestione di tutto, dai file alle immagini, fino al video e agli elementi 3d,e quindi in ogni tipo di lavoro posso inizialmente giocare per prendere confidenza con gli elementi, ma quando si tratta poi di lavorare seriamente, studio tutto il possibile per trovare il workflow migliore, che mi permetta di rendere al meglio i miei sforzi.

Alle volte dò per scontato troppe cose, dopo una semplice chiaccherata con una persona, ho capito che forse era utile buttar giù due righe su come gestire facilmente sequenze di file raw, in particolare quelli derivati da sequenze fotografiche, che potrebbero essere semplicemente un timelapse, oppure più importante, una animazione stopmotion, dove sudore e sangue sono stati spesi durante le ore per costruire fotogramma dopo fotogramma la magia dell’animazione.

Cos’è una sequenza di frame?

Un insieme di fotogrammi separati che devono essere gestiti come gruppo, ma vengono visti come singoli elementi. A seconda dei programmi potranno essere visti come un unico elemento (Resolve, Premiere, AfterEffects per esempio) o come tante fotografie separate (Photoshop o Lightroom).

Perchè scattare in raw invece che in jpeg?

Nella stopmotion da diversi anni si utilizzano le Dslr per lo scatto singolo, più comode, più semplici, più potenti della classica cinepresa da stopmotion, e con le nuove funzionalità digitali si possono usare tanti aiuti digitali come i programmi per la stopmotion, uno tra questi è DragonFrame, che permette di vedere, previsualizzare l’animazione mentre si lavora, disegnare curve di animazione, gestire più facilmente il reshooting e molto altro.

Quando si scatta con una DSLR ci sono più opzioni di salvataggio delle fotografie, il classico jpeg a due o tre livelli di compressione, alcune camere salvano in tiff, mentre il meglio si ottiene salvando nel formato detto RAW.

Il raw in realtà non è un vero e proprio formato, ma un metodo di salvataggio dei dati grezzi del sensore della camera prima che siano elaborati dalla stessa; ogni camera ha un chip di process dell’immagine che elabora i colori, la luminosità, etc per poi salvare le immagini come tif o jpeg, ma la maggior parte delle camere potendo salvare i dati grezzi come raw offrono la opzione di salvare al volo più o meno tutto quello che il sensore è in grado di catturare, poi dopo con calma elaborare i dati.

Ogni brand ha il suo formato raw, che viene poi gestito all’interno delle diverse applicazioni in più modi e con metodi diversi, per gestire questo tipo di file ci sono diversi metodi di lavoro.

Utilizzare il raw offre un controllo sull’immagine, sulla qualità, sulle correzioni veramente unico, inoltre basta poco a livello pratico per migliorare una immagine perchè banalmente… un jpeg classico è un file a 8bit, mentre un raw quando è scarso è a 12bit, vuol dire che se in un jpg posso registrare al massimo 16 milioni di sfumature, nel raw peggiore che possiamo registrare ne abbiamo almeno quasi 69 MILIARDI, cioè 4294 volte più ricco del jpeg…

Workflow rapido

ovviamente un file raw ha un peso maggiore di un jpeg, anche se non sempre tanto alto proporzionalmente alla qualità estesa, per cui spesso girare scattare in raw per eventi come i timelapse e l’animazione stop motion è conveniente e richiede poco lavoro in più, in cui in realtà quasi tutto è automatico, ma consente di avere una qualità maggiore a livello globale, maggior flessibilità operativa, e in caso di problemi avere più di quattromila volte lo spazio di azione in post. Inoltre in caso di recupero di immagini sovra o sottoesposte, non essendo danneggiate dalla compressione jpeg, si possono recuperare agilmente diversi stop senza problema.

Il workflow più efficiente per ottimizzare tempi e qualità può essere il seguente:

  1. Scatto raw
  2. Utilizzando Lightroom eseguire la divisione per cartelle per ogni scena e/o sequenza per ottimizzare l’organizzazione globale, usando il nome delle cartelle/file relativi alla scena per semplificare ricerca e organizzazione.
  3. Archiviazione dei DNG per future possibili lavorazioni
  4. Uso di MediaEncoder per la creazione dei file h264 per l’editing
  5. Terminato editing, post etc, prima del rendering sostituzione dei file di lavorazione con le clip DNG correttamente leggibili dai prodotti Adobe.

Questi passaggi potrebbero spaventare, ma in realtà sono molto semplici e possono essere gestiti in automatico, con l’ausilio di Adobe Lightroom per la gestione del raw semplificato.

Fase 1

Durante la fase di scatto sarebbe utile dividere in qualche modo le cartelle, diverse dslr prevedono la possibilità di nominare e dividere le cartelle delle card usate direttamente dalla camera, di seguito trovate per i principali brand il metodo di creazione, altrimenti fare riferimento al manuale d’istruzioni della camera.

per Canon si fanno i seguenti step :
– entrare nel Menu –> Impostazione con chiave inglese–> seleziona cartella –> Crea cartella
– entrare nel Menu –> Impostazione con chiave inglese–> seleziona cartella (e si sceglie la nuova)

per Nikon si fanno i seguenti step :
– entrare nel Menu –> Menù di ripresa –> Cartella di memorizzazione –>
seleziona cartella per numero –> Cambiare numero
 – entrare nel Menu –> Menù di ripresa –> Cartella di memorizzazione –> seleziona cartella da elenco

per Sony si fanno i seguenti step :
– entrare nel Menu –> Impostazione –> Nuova cartella
– entrare nel Menu –> Impostazione –> Selez. cartella REG

se non possibile la soluzione più agile è quella di usare un semplice blocknotes con il nome della scena prima del resto, questo fa si che sia più semplice dividere le fotografie rivedendo le foto con un qualunque browser fotografico, dal semplice finder o gestione risorse fino al potente ma gratuito Adobe Bridge.

Fase 2

La gestione della divisione in cartelle e nominazione può essere eseguita da diversi software, lo stesso Lightroom prevede di leggere senza copiare direttamente le cartelle, selezionare le fotografie relative alla scena, file/esporta e esportare i file in una cartella personalizzata (nome scena), rinominando le fotografie esportate, convertendole in Dng, formato più agile e comodo da gestire dentro i prodotti Adobe e non solo.

In questa fase possiamo organizzare le diverse fotografie, organizzarle per scene, correggere e ottimizzare le fotografie, prepararle per la fase dell’editing eseguendo correzioni del colore, stabilizzare eventuali differenze di luminosità, ottimizzare la qualità delle fotografie originali.

Fase 3

Il sistema più efficiente per archiviare i Dng è quello di creare una copia su un HD esterno al computer, sono da evitare dvd e bluray che nel tempo possono corrompersi e/o degradarsi facendo perdere la copia di sicurezza.

Fase 4

Adobe Media Encoder, se si apre il suo Browser multimediale, è in grado di vedere una cartella contenente una sequenza di DNG come una sequenza video, quindi è semplice trasportare la sequenza su un preset, e trasformarla da un’agile H264 per l’editing a file meno compressi e di maggior qualità.

Fase 5

Completato l’editing, è possibile sganciare i video creati con mediaencoder e agganciare i file Dng originali con una semplice operazione, selezionando tutte le clip, click destro mettendo offline le clip, poi successivamente, click destro collega oggetto multimediale per collegare direttamente i file DNG e avere tutta la qualità possibile da essi.

Da queste poche indicazioni diventa evidente come sia semplice da Lightroom eseguire delle regolazioni sulle immagini, copiarle da una foto a tutte le altre, e dopo aver esportato le dng usare file più leggeri di lavoro.


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