Carlo Macchiavello

Tutto è possibile

Month: marzo 2017

Collegarsi saldamente al presente…. QBM una scelta comoda.

Chi segue il mio sito sa come sia appassionato di lenti Vintage, spesso si trascura il passato dove si possono trovare delle lenti molto interessanti e dalla qualità eccezionale per i problemi di adattamento con le baionette moderne. Alcuni marchi come Nikon hanno solo evoluto aggiungendo contatti e altre opzioni allo stesso tipo di baionetta creata dalla Nippon Kogaku degli anni 40, quindi tranne per i primissimi obiettivi che avevano una levella che scontrerebbe contro lo specchio delle macchine moderne (eliminabile con una operazione di bricolage di un paio di minuti) è possibile utilizzare le lenti del passato sui corpi moderni. Altri marchi come Canon, Minolta, Pentax etc hanno fatto modifiche alle baionette, spesso cambiando il tiraggio (distanza sensore/pellicola/piano focale a proiezione della lente) per cui diventa complesso se non impossibile convertire le lenti per le baionette moderne; in alcuni casi diventa molto costosa l’operazione e quindi se la lente non ha un valore storico, qualitativo, affettivo, non ha senso eseguire tale operazione.

Come ho spiegato nell’articolo introduttivo all’adattamento delle lenti, alcuni tipi di baionetta sono adattabili aggiungendo un anello tra la vecchia baionetta e la nuova, ma questa operazione, per quanto si operi o con anelli economici di produzione cinese o si preferiscano anelli di qualità, avviene sempre una sorta di gioco tra le due baionette che spesso inficia la qualità, pochi centesimi di mm e il fuoco si sposta, o se la tornitura non è perfetta un lato può essere meno nitido di un altro; anche quando non si ha gioco, durante la rotazione per la messa a fuoco la presenza dell’anello aggiunge una sorta di frizione aggiuntiva nel movimento, e col tempo il gioco tra i due elementi si crea proprio perchè si sforza sulla rotazione un elemento agganciato. La soluzione migliore è sempre la sostituzione della baionetta perchè crea un corpo unico con la lente, avvitato con il corpo principale e quindi durevole nel tempo, maggior precisione, zero gioco alla torsione, e spesso con cifre più che oneste. A seconda dei mount esistono più o meno baionette adattatrici, ci sono quelle di produzione semplice, come quelle sviluppate da Leitax.com che colmano il gap dei diversi tiraggi e sono di ottima qualità, oppure quelle sviluppate su misura per i singoli obiettivi come quelle di EdMika che disassembla e rende utilizzabili anche lenti CanonFD e Minolta che non sarebbero utilizzabili come tiraggio sulle camere moderne, creando kit su misura per le singole lenti.

Nel mondo delle lenti di produzione tedesca, di cui molti conoscono le mitiche Zeiss, esiste un altro marchio storico, VoigtLander, fondata nel 1756 a Vienna e deputata alla progettazione prima di lenti per binocoli e poi dal 1849 per fotografia di alto livello, alla fine degli anni 50 venne acquistata da Zeiss, cambiando il nome in Zeiss Ikon Voigtlander, poi venduta nel 73 a Rolley, questo particolare storico è il lato che ci interessa, perchè grazie a questo “gemellaggio” furono prodotte una serie di ottiche molto interessanti in quel periodo su schema ottico Zeiss e con elementi prodotti e/o assemblati in Germania da Voigtlander e in Giappone da Mamiya, molte di queste con il mount Rolley chiamato QBM, un mount molto semplice ed economico da sostituire, rendendo moderne come utilizzo lenti di quasi 50anni fà.

In questa semplice descrizione mostro come sia facile sostituire il mount Rolley e inserire un Mount Eos EF per utilizzarlo su camere come Blackmagic Design il mount EF.
In questo caso andiamo a lavorare su un Ultron 55mm 1.4 AR, serie creata su schema e formula Zeiss, la stessa del Planar 55mm 1.4.

In 5 passi si passa da una lente inutilizzabile su Reflex moderne a una lente saldamente attaccata ad un Mount Moderno EF.

1) svitare facendo attenzione le 3 viti posteriori, non sforzare, e usare un cacciavite a misura corretta per non graffiare le viti, ma importante per non rischiare di scivolare sulla lente.
Nel caso non si svitassero per colpa dell’età un trucco è quello di prendere un cotton fiock, bagnarlo con acetone industriale e appoggiarlo gentilmente sulla vite che non si svita per un paio di secondi, l’acetone industriale scioglie l’eventuale sedimento o colla usata da alcune aziende nel fissaggio delle viti. Se sentite ancora una forte resistenza, si può provare a girare la vite in senso orario di poco e poi antiorario per svitare, spesso le viti bloccate è più facile forzare prima nel senso di avvitamento e poi svitare.
2) prima di estrarre la baionetta, utiizzare una punta o altro elemento per bloccare il perno di autoapertura del diaframma, perchè se esce con la baionetta poi diventa complesso gestire il rimontaggio. In questo caso era già stato bloccato dal precedente proprietario, quindi non è stato difficile estrarre la baionetta e lasciare l’elemento al suo posto.
3) allineare la nuova baionetta al posto della vecchia curando che coincidano le viti, ma soprattutto che la parte di blocco dell’elemento sia allineata alla presenza del perno.
4) inserire leggermente le viti avvitandole con le dita, per verificare che tutto sia allineato perfettamente, evitando in questa fase sforzi o altro che possano minare la sede della filettatura.

5) Concludere stringendo le tre viti nella sede, in modo da legare saldamente la nuova baionetta con il corpo lente.

Il gioco è fatto…

A questo punto abbiamo una splendida lente, che concorre in qualità con il Planar Zeiss 55mm 1.4 degli anni 70, ma ad una frazione del suo prezzo, e rispetto a molti modelli con anche una nitidezza laterale a tutta apertura superiore al Planar stesso.

Scambiamoci i file… sappiamo come fare?

Negli ultimi 20 anni, si ho scritto venti, ma uso i computer da più di 34 anni, e sono meno vecchio di quanto pensiate, ho scambiato milioni di file, e più passa il tempo e più mi rendo conto che ci sia IGNORANZA COMPLETA su cosa vuol dire fornire i file originali.

Pur essendo un regista, ho sviluppato una buona competenza (in inglese “quite good knowledge” in americano “i’m a god”) nel montaggio e postproduzione video e cinema, dal postprocessing al digital compositing, color grading e 3d animation.

Il problema più grande quando si lavora con le altre persone è l’ignoranza e la superficialità con cui molte persone trattano i file, causando danni con compressioni inutili, e/o conversioni mal fatte che degradano i materiali.

Se non sapete cosa state facendo (90% delle persone) NON TOCCATE NULLA.

In questo post ho deciso di elencare tutte le regole/consigli per importare e/o scambiare i materiali tra progetti e/o programmi e ottenere i migliori risultati. Prima di fare questo sfatiamo qualche mito, perchè prima di metterci a lavorare sul tavolo è meglio pulirlo :

Mito 1 Il peso del file determina la qualità!

Vero, entro certi termini, nel senso che un file molto pesante teoricamente può contenere molte più informazioni, ma anche un file leggero, se ben codificato può contente molte informazioni, per cui il peso da una informazione relativa della qualità generale, ma non è l’elemento definitivo di giudizio.

Mito 2 Un file compresso è più leggero!

Non è vero, è più leggero solo come peso sulla card, ma a livello di calcolo e quindi di utilizzo è più pesante.
Quando si registra un file con una telecamera, videoreflex lo scopo medio di queste macchine è permettere di portare a casa file che abbiano un equilibrio tra peso e qualità, quindi i file hanno codifiche che ottimizzano il peso del file, usando un codec (ieri mpg2, oggi H264 e h265) che usando la codifica hardware (un chip sulla camera) registra le informazioni dei diversi frame in modo da occupare meno spazio, ma tale scelta comporta che non si registrino tutte le informazioni, usando algoritmi che ottimizzano le informazioni.

Nel momento in cui si apre questo file in un programma di montaggio o di post il file, evidentemente nato per rec e play, richiederà un maggior sforzo e quindi prestazioni dal computer per essere Editato, infatti spesso nel campo professionale i diversi programmi di NLE hanno i loro codec DI (Digital Intermediate) nei quali convertono i girati, in modo che tutte le informazioni siano accessibili in modo veloce e rapido. Avid ha DNxHD, Edius ha il suo GV, Adobe ha cineform (di serie da cc2014), Finalcut il ProRes, tutti codec nati per essere usati nel montaggio, che hanno spazio colore ampio, velocità di accesso ai dati, ottimizzati anche per rendering a cascata con perdite ridotte.

Mito 3 Se converto perdo sempre qualcosa!

non è esatto, la conversione può far perdere la qualità  solo se si converte verso il basso, ovvero in un formato più compresso, con meno spazio di codifica colore, o con un bitrate più svantaggioso.
Esistono dei codec di qualità verso i quali convertire può essere conveniente sia per lavorare i video che editarli semplicemente. Se si parte con un file a bassa qualità la conversione verso un formato più ricco non lo potrà migliorare (al max un upsampling del rosso per evitare degradi in post spinta), ma almeno eviterà perdite di qualità durante la manipolazione dello stesso file.

Mito 4 Tanto è digitale quindi è buono

l’idea che l’origine offra una garanzia di qualità è talmente banale, che non vedo perchè debba essere confutata…
quindi dato che acquisisco un vhs in 4k digitale avrò un file di ottima qualità, oppure se ho un prodotto in pellicola 70mm non è di ottima qualità perchè è un mezzo analogico di registrazione dei dati.

Mito 5 Se lo vedo bene in camera va bene per tutto

Dipende la camera come mostra le immagini… la prima accezione che si può fare è che la maggior parte delle camere non hanno monitor della stessa risoluzione di ripresa e/o di dimensioni corrette per giudicare la qualità del materiale girato. Inoltre molti scambiano la visione del materiale live con la registrazione, il fatto di vedere bene le immagini durante la ripresa non significa che il materiale sia registrato in quel modo. Ad esempio la mia vecchia HDV30 aveva un sensore FullHD, un monitor che era sotto la risoluzione SD, la registrazione in HDV 1440×1080, ma l’uscita da HDMI FullHD pulita che registrata esternamente offre una qualità che non sarà mai apprezzabile intermente dalla camera.

Spesso con chi fa questo discorso il rischio è anche un altro, che modifichi i parametri della camera in funzione del monitor, comprese quelle impostazioni come lo sharpness che non è giudicabile se non in zoom al 100% su monitor esterno e in grande, altrimenti si creano difetti e artefatti che non saranno eliminabili in post.

Mito 6 Ti ho dato un file FullHd è materiale buono

il fatto che il formato di salvataggio sia FullHD non significa che contenga una matrice vera di punti di 1920×1080, ma semplicemente che hanno riempito un file di quel formato con delle informazioni… lo scetticismo nasce dal fatto che negli ultimi 20 anni sono esistite tante macchine che salvavano diversi formati HD fullHD partendo da sensori che non contenevano abbastanza pixel per formare una matrice fullHD, comprese diverse cineprese digitali che usavano trucchi diversi dal Pixel shifting all’upsampling di alcuni canali fino a telecamere che mentivano direttamente sulle loro caratteristiche indicando direttamente i formati di uscita, ma non che avevano sensori molto piccoli, e parlo del numero di pixel e non della dimensione del sensore.

Negli anni sono state fatte camere che avevano sensori 960×540, ma traslando il canale del verde, spacciavano la risoluzione reale in uscita in 1920×1080; sensori fullHD che registravano in HDV 1440×1080 con pixel rettangolari, sensori 1280×720 che registrano file 1920×1080 con upsampling, e si nota dalla minor nitidezza salvando alla risoluzione massima (che dovrebbe offrire al contrario una maggior nitidezza).

Inoltre una camera che gira in FullHD e registra in FullHD potrebbe comunque offrire un pessimo file, se troppo compresso, se mal gestito nel campionamento colore, etc potrebbe rovinare il materiale catturato bene dal sensore.

Anche i cellulari catturano in FullHD e 4K, ma tra la compressione, e se manca la luce il risultato può essere di basso livello. Uso il condizionale perchè ho personalmente catturato da cellulari (di fascia alta) filmati di qualità buona e utilizzabili in diverse situazioni video. La differenza oltre alle condizioni di luce lo fanno l’app di cattura e i settaggi di ripresa.

Mito 7 Ti ho esportato i file originali

se li esportiamo non sono più i file originali…
esistono solo poche eccezionali combinazioni tra codec e NLE in grado di esportare i file originali facendo un taglia e incolla del flusso originale, tranne per i punti di transizione, ma solitamente chi dice di aver esportato i file originali non conosce i sistemi di direct to strem nei programmi di NLE quindi probabilmente avranno fatto danni.

Negli altri casi ogni tipo di esportazione avrà rielaborato i file originali, la maggior parte degli NLE non lavorano in uno spazio colore a 32bit, quindi le probabilità di alterazione dei filmati sarà del 99,99%.

Se anche così non fosse l’esportazione consta di un gigantico file senza stacchi complicato e scomodo da usare per la postproduzione, mentre esportare un file XML con collegati i file originali (tutti gli NLE hanno un sistema di collect, content managment, raggruppamento dei file utilizzati nel progetto).

Ogni scambio di materiale per la lavorazione video la soluzione migliore sarebbe che ci sia un Dit che segue e controlla la procedura, ma in assenza di esso, il miglior modo di evitare perdite di qualità è che si fornisca una copia del girato originale per evitare perdite legate ai diversi passaggi di materiale da parte di persone non addette ai lavori.
Insieme al materiale un file di edit in formato XML FinalCut che è apribile da ogni NLE e programma di Post serio. Una copia Lavoro del filmato per ricontrollare che il materiale esportato corrisponda al materiale creato.

Mito 8 Lavoriamo in interlacciato che è più fluido

no comment… chiunque faccia questo discorso ha un solo alibi, se lavora per filmati che andranno messi in onda, altrimenti la ripresa interlacciata e la ripresa progressiva offrono la stessa fluidità a parità di corrette impostazioni di ripresa di shutter.

Il vantaggio effettivo dell’interlacciatura è che separando al cattura dei campi, i due semiquadri sono sfasati e quindi come tali offrono la percezione di maggior sfuocatura di movimento rispetto alla ripresa classica.

Spesso chi fa la ripresa preferisce l’interlacciatura al progressivo perchè spesso il progressivo è catturato a shutter troppo alti e quindi come tali risultano stroboscopici, per cui la soluzione migliore è la scelta della corretta otturazione, ho dedicato un articolo relativo proprio a questo tipo di problematiche e come agire correttamente.

Di Digital intermediate un must per i corretti workflow di editing e post

Storia dei software di editing

Fin dalla preistoria dei programmi di montaggio c’è sempre stato il problema di gestire il flusso video, in primis per questioni di performance, perché i dati di una pellicola non erano gestibili in tempo reale dai computer degli anni 80, e quindi si lavorava con il concetto dell’Offline, ovvero si creava una copia in bassa qualità del girato, si montava la bassa qualità, poi veniva generata una lista di tagli, e una persona dedicata tagliava e rimontava la pellicola alla vecchia maniera, in moviola con scotch e taglierina. Nel caso del video lo stesso discorso avveniva esportando una EDL (edit decision List) compatibile con le centraline dell’epoca e il video veniva nuovamente montato da zero ripartendo dai nastri.

I primi sistemi di montaggio software utilizzavano il nastro come sistema di archiviazione dati, poi negli anni 80 apparve una evoluzione chiamata EditDroid, fatta creare da un tizio barbuto per montare le sue produzioncine, dato che non era soddisfatto della bassa qualità dell’offline su nastro, Edit Droid era un sistema che utilizzava il Laserdisk come supporto, per cui il computer in realtime leggeva e saltava da un laserdisk all’altro (c’erano più lettori in linea) in modo rapido e con una buona qualità rispetto al nastro, con la soddisfazione del personaggio in questione e il suo amico che girava sempre con il cappello da baseball calcato sulla testa, i due strani personaggi che insistevano tanto sulla qualità e sul portare il montaggio ad un livello maggiore erano Lucas e Spielberg, che erano sicuri della rivoluzione in corso.

Negli anni 90 nacque Avid, il primo sistema di massa per il montaggio Offline, dove anche se si montava materiale in bassa qualità, una finestra da 320*200 pixel, con una compressione molto alta, era un modo rivoluzionario rispetto ai precedenti sistemi perché non richiedeva tutto lo spazio per i lettori dei laserdisk stile EditDroid, aveva una compressione variabile (in un’epoca in cui 120 MEGA di hard disk costavano quanto 5.000 euro di oggi, quindi era fondamentale ottimizzare lo spazio), permetteva di lavorare con strumenti più evoluti rispetto ai precedenti.

Fin dalla sua nascita Avid basò il suo flusso di lavoro su il codec DI Avid, ovvero il materiale originale era convertito in un formato più adatto a lavorare il video, pur mantenendo le informazioni come codici di tempo per il montaggio finale da centraline, codici pellicola per un taglio preciso, strumenti più vicini a quella che era la mentalità dell’epoca di montatori video e cinema.

Con il passare del tempo questo codec di lavorazione si è evoluto fino all’attuale DnxHR che supporta una risoluzione spaziale virtualmente infinita, e può essere codificato in qualità 4:4:4 per essere non solo un codec off-line a codec on-line.

Facciamo un salto in avanti di qualche anno, nascono diversi software di montaggio video e ogni marchio svilupperà il proprio codec di lavoro, che nel tempo si sono evoluti, da codec offline, quindi di bassa qualità, ma alta compressione al principio opposto ovvero un codec DI, Digital Intermediate.

Cos’è il codec DI?

Un codec DI, Digital intermediate è un codec di lavorazione che nasce per essere il modo migliore di gestire il materiale audio video che abbiamo realizzato, un Di nasce per essere :

  • un codec di altissima qualità e livello visivo
  • leggero da usare, leggere e scrivere su qualunque programma
  • supportare profondità colore anche maggiore del file di partenza per agevolare la correzione colore e preservare ogni tipo di informazione.
  • permettere ricompressioni (generazioni multiple) senza perdite apparenti

Anche se la maggior parte dei programmi di montaggio moderni prevedono la possibilità di usare i file nativi, in molte situazioni è molto più efficiente come velocità e qualità convertire i file in un codec DI per gestire meglio il materiale video.

Perchè usare un codec DI

per quanto il nostro sistema di editing sia potente, veloce, ottimizzato, arriveremo sempre al suo limite, o per quantità di tracce, effetti, o per filmati a crescente risoluzione e profondità colore (4k HDR), quindi è importante sapere che possiamo ottimizzare le capacità e potenzialità dei nostri computer sfruttando questo tipo di codec alternativo ai codec originali.
Una buona ragione per usare un codec DI?

  1. possibilità di editare e riprodurre correttamente video pesanti che la macchina non sarebbe in grado neanche di riprodurre
  2. possibilità di editare e manipolare in modo più rapido il video
  3. esportare in un formato non a perdita, ma che conservi la qualità originale senza occupare tutto lo spazio del non compresso
  4. poter usare un codec che non venga INTERPRETATO ma letto direttamente per evitare le strane problematiche che possono nascere con codec h264/5, Mpg di vario tipo etc etc
  5. usare un codec universalmente riconosciuto da ogni programma che acceda ai codec di sistema sui due principali sistemi operativi (MacOsX e Windows), senza doversi legare ad un programma o a un sistema, che in passato ha creato problematiche e incompatibilità di vario genere.

I miti sui DI

  1. Ma se converto in perdo qualità….
    la perdita di qualità è relativa alla conversione in formati a perdita, non con i DI che nascono esattamente per preservare e mantenere la qualità orginale.
    La conversione va fatta con software dedicati, mentre spesso la perdita di qualità si nota nell’uso di utility di dubbie origini e/o per uso amatoriale, che per convertire rapidamente usano scorciatoie di vario tipo per accelerare le lavorazioni e quindi scartano informazioni secondo loro non utili.
  2. Ma se converto con il codec DI xxx è più pesante…
    verissimo per il peso sul disco, al contrario sulla CPU, perchè un codec DI converte i frame da GOP (group of picture) in frame completi, per cui occuperà un maggior spazio sul disco, ma il processore sarà sollevato dai compiti di estrazione dei singoli frame ogni volta che si farà play, avanti, indietro, etc e quindi potrà dedicare i processi alla elaborazione e non alla semplice estrazione dei frame.
  3. Perdo tempo a convertire invece che usare direttamente…
    questo è il mito più ridicolo… le persone spesso vedono come tempo perso il tempo di copia e conversione in DI, ma non si accorgono di tutti i rallentamenti che avvengono quando si deve attendere le preview, il calcolo degli effetti, i tempi di analisi durante il montaggio. Usare un DI accelera tutti i processi di rendering e analisi, quindi il tempo di conversione si fa una volta, tutti i tempi di elaborazione durante il progetto vengono sollevati grazie al codec DI.
  4. Ma se poi non posso più leggere il codec XX su un’altra macchina?
    i codec DI nascono per la compatibilità, per cui TUTTI sono installabili GRATIS su ogni macchina windows e MacOsX, e spesso sono già integrati sulle suite dei maggiori prodotti di Editing e Post.
    Ad esempio Adobe e Blackmagic Design hanno acquisito i diritti per fornire di serie con i loro prodotti encoder e decoder per leggere senza installazioni aggiuntive Prores, Cineform, Avid dnxHD/HR, e per quanto riguarda BMD anche i codec GrassValley.
    Se per una qualunque ragione vogliamo visualizzare i file su una piattaforma che non ha questi software è possibile scaricare i codec free per vedere e codificare TUTTI questi codec sui software che leggono dal sistema le librerie dei codec sia sotto MacOsX che Windows.
  5. Se il mio cliente non può installare codec?
    partiamo dal principio che di serie senza codec praticamente si può leggere poco o niente su qualunque sistema operativo, perchè persino l’mpg2 senza un lettore dvd software installato non si può leggere sotto windows perchè non hanno acquistato i diritti, stessa cosa sotto MacOsX che legge i dvd, ma non gli mpeg2 dai software se non ha lui stesso i codec, viene letto giusto l’h264 e poco più.
    Comunque il cliente mica deve vedere i file originali, e/o consegnare il master al cliente, il cliente riceverà il prodotto finito, che sarà un file compresso, non un DI.
    Se il cliente pretende di avere un master o il girato, dovrà anche avere i mezzi per leggerli correttamente… il concetto che non può installare codec non può riguardare la visione il materiale intermedio, e comunque potrà chiedere al reparto IT di installare i codec relativi dato che nessuno di essi offre problemi di compatibilità o rischi di sicurezza (la bufala del quicktime risale ad una versione di quasi 10 anni fà, del 2008, che Apple chiuse ai tempi, l’ultima release del QT per windows non ha nessun rischio di sicurezza).
  6. Qualcuno mi ha detto che è meglio lavorare con i file nativi
    quel qualcuno probabilmente intendeva non comprimere i dati ulteriormente convertendoli in formati a perdita, oppure quando si parla di file raw per la parte del montaggio, ma quando si lavora con quel tipo di dati o si ha un DiT che gestirà il workflow o si saprà bene cosa fare e quindi tutto questo discorso e questa domanda non sarà posta.

 

Come scegliere la lente per la ripresa, perchè sceglierla…

Due chiacchiere con una amica regista mi ha dato uno spunto per un articolo sulle lenti e sulle focali, su come andrebbero usate, e in questo caso il condizionale d’obbligo, perchè ci sono regole stilistiche, ma ci sono anche necessità pratiche, per cui … non amando le regole, preferisco fare una disanima più ampia, in modo da capire cosa succede quando si fanno le diverse scelte e quindi quale saranno le conseguenze sulle immagini.

Esistono tanti miti, tante regole, hanno riempito libri su libri su come si usano le lenti e le focali in fotografia e/o in cinematografia, ma spesso si tende a spargere le informazioni in troppe centinaia di pagine, e spesso le persone non sono interessate alla teoria, ma al risultato pratico.

Focale fissa o Zoom?

La prima scelta che di solito si deve affrontare è se prendere delle focali fisse o degli zoom, e le motivazioni sono molto semplici nella scelta.

La focale fissa offre i seguenti vantaggi:

  • maggior qualità ottica.
  • minor breathing durante il cambio di fuoco (ingresso di aria e leggero spostamento della lente durante il cambio di fuoco).
  • maggior luminosità a parità di fascia di prezzo degli zoom.
  • maggior robustezza in caso di maltrattamento delle lenti.
  • minor numero di lenti per comporre l’obiettivo quindi meno riflessi interni e meno problematiche di riflessi interiori.
  • maggior possibilità di essere tropicalizzato.

Offre un paio di svantaggi

  • essendo una focale fissa costringe l’acquisto di più lenti per coprire un certo range di ripresa.
  • cambiando le diverse lenti è possibile introdurre polvere e detriti all’interno della lente o sul sensore.
  • difficilmente posseggono sistemi di stabilizzazione per la ripresa video.
  • essendo a focale fissa, costringe a muovere la camera per cambiare inquadratura (il che non è necessariamente un difetto).

Gli zoom contenendo più focali al loro interno offrono diversi vantaggi :

  • cambiare la focale non richiede un cambio lente.
  • spesso hanno un buon livello di stabilizzazione per le riprese video.
  • nelle riprese più “run and gun” offrono il vantaggio di poter essere più versatili senza rischiare di far entrare polvere sul sensore.

Di contro ci possono essere degli svantaggi

  • gli zoom spesso offrono meno luminosità degli equivalenti fissi.
  • un buon zoom luminoso diventa molto costoso, anche 10 volte uno zoom normale.
  • spesso gli zoom se non sono cine, non sono parafocali (vedi fondo articolo).
  • gli zoom sono molto più pesanti degli equivalenti fissi.

La scelta dipende dalle proprie necessità e dal proprio budget.

La scelta delle lenti in funzione dell’angolo focale

L’angolo focale è l’angolo visivo che una certa lente è in grado di catturare, questo valore a parità di focale può cambiare, perchè a seconda che la lente sia calibrata dal sensore o no, può esserci il fattore di crop che altera l’angolo focale riducendolo.

Raramente ha senso ragionare con l’angolo focale, perchè comunque si inizierà a leggere equivalenze varie, che alterano la capacità visiva di catturare elementi della lente, ma non conosco nessuno che a occhio sappia dirmi l’angolo focale che gli serve, quindi… è una sega mentale pensare all’angolo focale nella scelta di una lente, mentre è molto più importante pensare alla lunghezza focale, soprattutto perchè nelle equivalenze delle pubblicità non vi dicono a quale serie di errori vi stanno portando.

La scelta delle lenti in funzione della lunghezza focale

La lunghezza focale esprime la distorsione prospettica di una lente in funzione della sua lunghezza, quindi se noi partiamo da un elemento neutro come 50mm, che viene chiamato normale perchè offre la distorsione prospettica dell’occhio umano, possiamo poi scendere o salire per dare maggior spazio o comprimere lo spazio ripreso.

In questa gif animata potete comprendere bene come il cambio di focale cambi completamente la percezione dello spazio, e col salire della focale lo sfondo sembri avvicinarsi al soggetto.
Qui sotto ho riassunto l’effetto delle focali base, poi in realtà a seconda che si usi uno zoom o altri fissi tutti i valori intermedi sono proporzionali come resa tra una focale e l’altra.

L’effetto delle diverse focali si divide in tre componenti :

La resa tridimensionale avviene sia in caso di ripresa statica, che in movimento.
Il movimento camera viene alterato dalla lunghezza focale, più è bassa la lunghezza focale, maggiore è la velocità percepita; maggiore è la lunghezza focale, minore è la velocità percepita nel movimento.
La profondità di campo è influenzata in modo inversamente proporzionale dalla lunghezza focale, minore è la lunghezza focale, maggiore è la profondità di campo, maggiore è la focale minore è la profondità di campo.

  • 14mm supergrandangolo che deforma lo spazio, accelera ogni movimento laterale, se usato per soggettive o piani sequenza offre una resa molto forte del movimento laterale.
  • 24mm grandangolo che offre maggior spazio e una deformazione della prospettiva.
  • 35mm angolo di ripresa maggiore ma non ci sono deformazioni apprezzabili.
  • 50/55mm normale stessa resa dell’occhio umano.
  • 85mm leggero schiacciamento delle profondità e i piani tendono a sembrare più vicini, ma grazie alla sfuocatura di campo permettono un distacco maggiore tra soggetto in pp e lo sfondo.
  • 100mm tele aumenta lo schiacciamento dei piani e lo stacco tra soggetto e primo piano.
  • 200mm tele più spinto, amplifica lo schiacciamento tra i piani, utile per dettagli o riprese che si capisca della ripresa da distanza.

Un 17 mm offre una distorsione doppia rispetto ad un 35mm, quindi andrebbe usato in funzione di un maggior spazio di azione, altrimenti l’ambiente e gli elementi tenderanno a distorcersi in modo vistoso, ma se abbiamo la necessità di catturare un angolo maggiore visivo saremo costretti a scegliere una lente in funzione dell’angolo invece che della resa prospettica.

Ci sono autori che amano il grandangolo, per la sua capacità di rendere grottesche le forme e distorcere la realtà, uno di questi è l’ex Monthy Python Terry Gilliam.

Un’altro amante della deformazione grottesca è il francese Jean-Pierre Jeunet, che ama le sue distorsioni portando molto vicina la camera ai soggetti distorcendo geometrie, visi, amplificando nella distorsione le emozioni degli attori.

Il recente premio Oscar Emmanuel Lubezki è un altro amante dei grandangolari spinti, in favore della maggior dinamicità che offrono, e contrariamente ai due precedenti autori che amano la distorsione, lui tende ad usarlo in ampi spazi per esaltare e amplificare lo spazio, dando una maggior sensazione di ariosità alle scene d’azione.

Altri autori, come Hitchcock, amano usare la terna classica dei fissi 35-50-85mm per raccontare le loro storie, ma zio Alfred non disdegnava gli zoom per lavorare più rapidamente (forte della sua lunga esperienza di produzione televisiva) e per ottenere effetti particolari come l’effetto Vertigo, che naque su sua richiesta.

Personalmente sono un pragmatico, conosco la resa di queste focali, aggiungo alla terna classica altre focali, scelgo focali sotto il 35mm solo in situazioni particolari, per necessità di ripresa, mentre mi piacciono le focali lunghe per schiacciare le prospettive, per catturare dettagli, o ottenere effetti particolari. Ma se ci troviamo in uno spazio ristretto e la storia richiede di raccontare nell’inquadratura più elementi si deve trovare il modo, o con giochi di specchi (Orson Welles insegna) oppure useremo una lente con una focale più corta del solito, per raccogliere ogni briciolo di elemento nell’inquadratura.

Lenti e zoom fotografici o Cine, quali sono le differenze?

THE VILLAGE, Roger Deakins, 2004, (c) Buena Vista

Con l’avvento delle video dslr sono nate tante dicerie, miti e leggende su cosa sia meglio o peggio, il tutto mescolato da quel calderone che è il web 2.0.
Le lenti fotografiche sono nate per la fotografia, quindi con necessità di un certo tipo, anche se usate per il video non offrono esattamente lo stesso tipo di performance.

Le lenti fotografiche offrono un’ottima qualità di ripresa, ma non essendo nate per la ripresa continua spesso mancano delle seguenti caratteristiche :

  • breathing, le lenti fotografiche nella maggioranza soffrono di questo fenomeno che per lo spostamento delle lenti interne si dice che “respirino” ovvero entra aria all’interno delle lenti con l’aspirazione di eventuale polvere, ma soprattutto nei cambi di fuoco comporta un leggero movimento, che spesso è fastidioso nelle immagini. Nel caso di lenti fotografiche tropicalizzate il fenomeno è ridotto, ma non annullato, perchè lo spostamento lenti esiste comunque e quindi si evita solo l’ingresso della polvere.
  • diaframma cliccato, ovvero il diaframma può essere aperto e chiuso solo in passi ben precisi, mentre una lente cine prevede una manipolazione del diaframma continua, quindi possiamo impostare qualunque frazione di diaframma per trovare la corretta esposizione.
  • Parafocale, quando si lavora con gli zoom nella maggior parte delle lenti fotografiche cambiando la focale si deve correggere la messa a fuoco, quindi non si può fare una zoomata e mantenere il fuoco, mentre uno zoom cinematografico sarà parafocale, quindi una volta stabilito il fuoco, rimarrà su tutta la lunghezza focale dello zoom.
    (gli zoom broadcast delle telecamere sono normalmente parafocali e fanno parte di una categoria a parte)
  • robustezza, anche se prodotte con le migliori intenzioni, le lenti fotografiche nascono per scatto singolo e soprattutto essere trasportate con la macchina, quindi la leggerezza è un punto fondamentale, contro la robustezza. L’attacco PL cinema è un aggancio notevolmente più robusto rispetto a quello fotografico, per cui diventa evidente come la lente diventi un tutt’uno con il corpo macchina, in favore di cambi di fuoco e il resto.

Da questa breve disamina diventa evidente come lenti fotografiche e cinema abbiamo criteri di costruzione differenti, per destinazioni differenti.
Questo non significa che non si possano usare lenti fotografiche al posto di quelle cinema, considerato il diverso costo sia di acquisto che di noleggio, è il motivo per cui l’attacco EF (attacco canon fotografico) sia diffuso anche tra diverse cineprese digitali, la cosa importante è conoscere i limiti delle lenti fotografiche usandole in ripresa, e quindi aggirarli o lavorare entro i limiti e sfruttarne tutti i punti positivi.

Quale marchio è migliore?

questa è la domanda più semplice a cui rispondere: nessuno…

Ogni dop ha le sue preferenze, ogni lavoro può richiedere lenti diverse e risultati diversi, ogni regista ha un gusto particolare e quindi può richiedere lenti più “cliniche” o più “morbide”, con più o meno “carattere”, che diano atmosfera o sappiano catturare particolari sfumature di luce. Ci sono amanti delle Zeiss per la loro resa di contrasto mentre altri preferiscono le Cook, più morbide e meno asettiche, altri ancora lenti speciali come le Voitlander, e molte altre ancora, ognuno ha le sue preferenze e condivido le scelte.

La scelta è molto vasta, e oggi ancor di più si differenzia più di ieri, infatti molti produttori di lenti stanno “tornando indietro”, come Cooke che ha deciso di produrre le sue lenti anche senza il coating superficiale per proteggere le lenti dai flare delle luci e ottenere una resa più vician a quella della produzione delle Cook degli anni 60-70, perchè si sta tornando ad un certo gusto ottico visivo relativo a come la luce veniva massaggiata dalle lenti senza coating.

Ultron Voitlander 55mm 1.4 AR lente radioattiva degli anni 70 su sensore 4k moderno.

Io stesso a seconda delle situazioni ho preferenze diverse, sono amante delle lenti vintage, ma sono conscio dei loro limiti, quindi ho anche lenti moderne; mi piacciono i fissi, ma ho una coppia di zoom molto luminosi per la loro versatilità. In un mondo digitale dove teoricamente tutto è riproducibile, tornare al concetto che si possa gradire l’uso di un tipo di lente contro un’altro per puro gusto visivo personale ci permette di avere una certa libertà…
Se poi, come un certo Stanley volessimo crearci il nostro parco ottiche, perchè gradiamo quella particolare luce di quella lente prodotta nel piccolo stabilimento tedesco, su progetto di xxx con componenti tedeschi e giapponesi… beh… è il bello del mondo moderno, un giro su uno store moderno, un occhio ai mercatini di ebay su tutto il mondo e la nostra luce potrà essere… unica.

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